Roberta Cetro: vita e opere
Roberta Cetro (1988 – a tutt’oggi –facimmece ‘na rattata-) è una poetessa crepuscolare un po’ neorealista italiana di fame internazionale.
Dal 2009 è emigrata emerita in Emilia Romagna dove - dopo aver cambiato due volte facoltà - si spaccia per una studentessa in scienze della formazione primaria ed aspira a diventare una maestra.
Roberta Cetro nasce prematuramente il 25 agosto del 1988 a Sapri, località marittima in provincia di Salerno nei pressi della quale trascorrerà le sue vacanze estive durante tutta la sua adolescenza abboffandosi la wallera in maniera incredibile.
Di famiglia umile, “figlia ‘e panettiere”, (come recita in uno dei suoi illustri epitalli) scopre sin da piccola la sua vena poetica preponderante e coltiva la passione per la poesia d’autore.
Fino all’età di 21 anni risiede a Pomigliano d’Arco, ridente cittadina dell’area vesuviana.
Nel settembre 2009 aizz’ nguoll’ e se ne va, trasferendosi a Reggio nell’Emilia. Proprio dalla lontananza dai suoi cari, dai momenti di difficoltà e dalle differenze climatiche che l’artista avvertirà inesorabilmente lontano da casa, prenderanno vita alcuni dei suoi più celebri epitalli come “samenta” “nebbia!” “figlia ‘e panettiere” “nel buio della stanzetta”, eccetera eccetera eccetera.
L’epitallio è una composizione libera dallo stile indefinito. Il termine deriva dal casalnovese “epitàll” ed è stato coniato nel marzo 2006 quando, durante un’atipica interrogazione di greco Valentina M., originale compagna di classe dell’artista, conferisce circa l’epitallio, una composizione ibrida tra l’epitaffio (iscrizione funebre) e l’epitalamio (canto nuziale) che nessuno, fuorché Valentina M. conosce, e per cui la stessa sarà tacciata dalla professoressa MariaRosaria Cimmino di “parlare peggio di Totti”.
Il primo epitallio è stato composto dall’artista durante una cupa mattinata di gennaio di quattro anni fa quando, ritornando a scuola dalle vacanze natalizie la stessa si ritrova da sola nel suo banco ad affrontare la professoressa Maria Rosaria Cimmino. Sconvolta dal destino crudele con cui è destinata a scontrarsi, rivolgendosi alla sua compagna di banco assente, la poetessa solca un foglio con queste parole:
“No, nun me lassà sola sola int’ ‘o scuro e sta matin’ annanz all’uocchie r’ ‘a Cimmino”.